Ci sono città di evidente bellezza che si danno a tutti, e altre segrete, che amano essere scoperte.
Carlo Castellaneta (Milano, 8 febbraio 1930 – Palmanova, 28 settembre 2013)
da “Nostalgia di Milano”ed. Mondadori, 1997

Ci sono città di evidente bellezza che si danno a tutti, e altre segrete, che amano essere scoperte.

Carlo Castellaneta (Milano, 8 febbraio 1930 – Palmanova, 28 settembre 2013)

da “Nostalgia di Milano”
ed. Mondadori, 1997

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"Porta Venezia": un racconto di Vincenzo Consolo su Milano

un racconto bellissimo tratto da “Lo spasimo di Palermo”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1998

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I nuvoloni avevano coperto tutto il cielo e si faceva buio; le saette ora vicine e non più mute, anticipavano tuoni fragorosi. E improvvisa, violenta arrivò la pioggia. Rimbalzava a campanelle sul marciapiede e sulla lamiera delle auto. E subito si trasformò in grandine, fragorosa come una cascata di ghiaia.

Tenendo il giornale sulla testa, corsi in direzione di Porta Venezia, scantonai per via Palazzi. I bar erano pieni, pieni ristoranti e pizzerie. Più avanti, m’attrasse un’insegna in caratteri amharici e con sotto la traduzione italiana: “Ristorante eritreo”.

Spinsi la porta a vetri ed entrai. Dentro era buio e deserto. Subito s’accesero le luci e da dietro il bancone del bar sbucarono un uomo e una donna sorridenti che m’invitarono ad accomodarmi a uno dei tavoli.

"Vuole mangiare?" mi chiese l’uomo.

"Vorrei prima asciugarmi. Mi porti intanto del vino".

Stesi sulla spalliera d’una sedia il giornale che non avevo ancora letto, ridotto quasi a una pasta mucida. Ma per la verità leggevo di quel giornale, che compravo solo il sabato, le pagine dei libri. E quelle, all’interno, erano in qualche modo ancora leggibili.

Cominciarono ad arrivare eritrei, tutti zuppi come me, e sorridenti.
 
 ”Incidono nello spazio” mi dicevo “Sono una perentoria affermazione dell’esistenza”.

E li osservavo, nelle loro linee nette, nelle dure capigliature scolpite, nei colori forti, accesi delle loro facce: “Nero e bianco: l’esistenza e l’inesistenza; la vita e la morte. Avviene nei popoli”, mi dicevo, “quello che avviene nella vita di un uomo. Il nascere, cioè, il farsi giovane, maturo, vecchio e poi il morire. Ecco, noi ci stiamo avvicinando alla morte. Come m’avvicino io, sbiancando ogni giorno nei capelli, nella pelle, preludio a quel bianco definitivo e immobile che è la morte”.
 
 

Andavo rimuginando questi pensieri (ma che pensieri? larve d’idee, banali congetture, sensazioni; e ridicole anche: andare incautamente ad affogarmi nel periglioso mare delle razze e dei popoli), questi pensieri dettati da noia e malumore, passeggiando il tardo pomeriggio d’un sabato a Porta Venezia o Porta Orientale, come la chiamò il Manzoni. Il quartiere che più amo in questa grigia città che è diventata ormai Milano, e il più vero, al confronto dei noiosi o irritanti quartieri del Centro o di quegli squallidi teatrini provinciali, di quell’affaristica organizzazione del divertimento di fine settimana che sono i quartieri di Brera e dei Navigli. Era di giugno. Il sole tramontava dietro le trame degli ippocastani e dei tigli dei Giardini, arrossava il cielo terso. Lungo il corso Buenos Aires i negozi già abbassavano le saracinesche. Da via Castaldi e via Palazzi sbucavano nel corso a gruppi gli eritrei, riservati e dignitosi, con le loro donne, corpulente madri dondolanti avvolte nei loro veli bianchi, esili, bellissime fanciulle vestite all’europea. E frotte d’arabi, tunisini, ed egiziani, allegri e chiassosi, ragazzotti con un’aria di libertà e di canagliesca innocenza come quella dei gitani. Solitari marocchini, immobili e guardinghi, stavano con le loro cassette piene della paccottiglia d’orologi, occhialini, accendini, radioline, davanti a quei supermarket del cibo di plastica che si chiamano Quick o Burghy. Davanti alle uscite della metro, stavano invece gli africani della Costa d’Avorio o del Senegal con la loro mercanzia stesa a terra di collanine, anelli, bracciali, gazzelle, elefanti e maschere di finto ebano, d’un marrone lucido come la loro pelle. In angoli appartati o dentro le gallerie, stavano in cerchio, a cinguettare come stormi d’uccelli sopra un ramo, donne e uomini filippini, d’un nero affumicato.

Da questa umanità intensamente colorata, si partiva poi tutta una gamma di bruno meridionale. Ed erano quelli dietro le bancarelle dei dolciumi “tipici”, delle cravatte, delle musicassette; erano famigliole di siciliani, calabresi, pugliesi, con i pacchi e le buste di plastica delle loro compere, che tornavano a casa o sostavano davanti al Viel per far prendere il frullato o il gelato ai loro mocciosi irrequieti.

Erano, i marciapiedi di corso Buenos Aires, in questo tardo pomeriggio di sabato, tutta un’ondata di mediterraneità, di meridionalità, dentro cui m’immergevo e crogiolavo, con una sensazione di distensione, di riconciliazione. Io che non sono nato in questa nordica metropoli, io trapiantato qui, come tanti, da un Sud dove la storia s’è conclusa, o come questi africani, da una terra d’esistenza (o negazione d’esistenza) dove la storia è appena o non è ancora cominciata; io che sono di tante razze e che non appartengo a nessuna razza, frutto dell’estenuazione bizantina, del dissolvimento ebraico, della ritrazione araba, del seppellimento etiope, io, da una svariata commistione nato per caso bianco con dentro mutilazioni e nostalgie. Mi crogiolavo e distendevo dentro questa umanità come sulla spiaggia al primo, tiepido sole del mattino.
 
 

La sala si riempiva a poco a poco. La donna era scomparsa in cucina; l’uomo, dietro il banco, mi teneva d’occhio. Gli feci cenno di venire.

Mi consigliò il loro piatto tipico, lo zichinì. Era piccantissimo. Lacrimavo, ma con quegli occhi addosso non osavo smettere di mangiare o fare alcuna smorfia d’intolleranza. Mandavo giù bicchieri colmi di dolcetto. Alla fine avevo vampe in bocca, nello stomaco, e la testa mi girava per il vino. Gli eritrei, uomini e donne, ridevano con tutti i loro denti bianchissimi, ma non ero in grado di capire se ridevano di me. Anche loro mangiavano lo zichinì, ma non usavano la forchetta, attingevano con le dita a un grande piatto comune posto al centro di ogni tavolo. Mi ricordai che anche così si faceva in Sicilia nelle famiglie contadine. E mi venne di pensare che il Nord, il mondo industriale, era anche questo, la rottura della comunione, la separazione dei corpi, la solitudine, la diffidenza, la paura d’ognuno nei confronti dell’altro.

"Piccante?" mi chiese l’uomo togliendomi il piatto, e mi sembrò che avesse un tono ironico.

"Un po’" risposi, con sussiego. E mi trovai subito ridicolo. Pensai alla mia gastrite cronica, ai bruciori che m’aspettavano la notte, l’indomani; alle disgustose pasticche di magnesia bisurata, di Maalox che avrei dovuto ingollare.

Fumando, mi misi poi a leggere su quel giornale disastrato una recensione al mio ultimo libro; la lessi senza interesse, senza attenzione, non capivo neanche quello che vi si diceva. Bruciore per bruciore, continuai a bere, bevvi fino all’ultimo goccio la bottiglia di dolcetto.
 
 

Uscii che barcollavo. Pioveva ancora. Mi riparai la testa con quel residuo di giornale che mi restava. Sbucai in via Castaldi e lì ancora un’insegna esotica m’attrasse: Bar Cleopatra. Il locale era pieno di egiziani. Il juke-box diffondeva una di quelle nenie senza inizio e senza fine, dolcissime, strazianti, che hanno il ritmo delle carovane, il tono del deserto, nenie che sono la matrice d’ogni musica mediterranea, del cante jondo andaluso, dei canti di carrettieri siciliani, delle serenate napoletane. Qualcuno degli egiziani cantava assieme al cantante del juke-box, altri tamburellavano con le dita sul piano del tavolo, un altro ballava, dondolando la testa dai capelli crespi. Ordinai un caffè. Che fu insufficiente a far svanire i fumi del vino, a togliermi la sonnolenza che mi ottundeva e che quella nenia accentuava. Gli egiziani bevevano tè scuro dentro bicchieri, fumavano. Parlavano fra loro a voce alta, con suoni gravi, gutturali o fortemente aspirati, spesso sghignazzavano. Erano meno riservati degli eritrei, più caciaroni, più scugnizzi..

Uno venne ad offrirmi una sigaretta.

"Piace musica araba?" mi chiese.

"Piace, piace tanto".

E, sedendosi al mio tavolo, cominciò a sciorinarmi nomi di divi delle loro canzoni, fra cui riuscii a distinguere solo quello della mitica Om Kalsoum. Gli diedi delle monete e gli chiesi di mettere Om Kalsoum. Appena s’udirono le prime note venne a risedersi e smise di parlare, si chiuse nel silenzio, in religioso ascolto. Anche gli altri si fecero silenziosi e malinconici.
 
 

In quella, s’aprì di schianto la porta e irruppero nella stanza tre poliziotti. Ordinarono a tutti d’alzarsi e, mani, in alto, di mettersi a faccia al muro. Io rimasi fermo al mio posto. Un poliziotto m’afferrò per un braccio e mi spinse contro il muro. Ci perquisirono tutti, palpandoci da sotto le ascelle fino alle caviglie. Quindi chiesero a ognuno il passaporto.

"Non ce l’ho" dissi io "Ho la patente".

"La patente? Tu guidi in Italia?"

"E dove devo guidare?"

"Ma sei italiano?"

Mi veniva voglia di gridargli, con voce profonda, gutturale, “No, no, sono negro, sono arabo, sono ebreo, sono di tutte le razze, come te!”

"Fai vedere la patente".

Gli feci vedere anche quel pezzo di giornale sgualcito e sbiadito dove si parlava di me, del mio libro.

"Sono uno scrittore" gli dissi pateticamente.

"Va be’, va be’. Ma lei che ci fa qua?". "Pioveva, mi sono riparato" risposi vigliaccamente. E ancora più vigliaccamente tirai fuori quel tesserino dei Pubblicisti per cui s’appartiene, sia pure da poveri sottufficiali, al magnifico Ordine dei Giornalisti. E il poliziotto, subito:

"Dotto’, a quest’ora di notte, per questi quartieri è assai pericoloso. Si faccia accompagnare almeno da un fotografo".

"Ecco", mi dicevo ritornando umiliato a casa, così difendiamo il nostro ultimo respiro, la nostra agonia. Ci illudiamo di sopravvivere difendendo il nostro benessere da ogni minaccia. Tutta questa enorme ricchezza sotto cui finiremo schiacciati, sepolti, bianchi e immobili per sempre".
 
 

[Addio Milano,] approdo della fuga, asilo della speranza, antitesi al marasma, cerchia del rigore, probità, orgoglio popolare, civile convivenza, magnanimità e umore, tolleranza. Illusione infranta, amara realtà, scacco pubblico e privato, castello rovinato, sommesso dalle acque infette, dalla melma dell’olona, dei navigli, giambellino e lambro oppressi dal grigiore, dallo scontento, scala del corrotto melodramma, palazzo della vergogna, duomo del profitto, basilica del fanatismo e dell’intolleranza, banca dell’avventura e dell’assassinio, fiera della sartoria mortuaria, teatro della calligrafia, studio della merce e del messaggio, video dell’idiozia e della volgarità.

Città perduta, città irreale, d’ombre senz’ombra che vanno e vanno sopra ponti, banchine della darsena, mattatoi e scali, sesto e cinisello disertate, tennologico ingranaggio, dallas dello svuotamento e del metallo. Addio.
 
 

Addio ai campanili in cotto, alla romanica penombra, a Chiaravalle, a Morimondo. Addio alla casa di Manzoni, a San Fedele, all’alto marmo nel centro del Famedio. Alle vie verghiane, alla gaddiana chiesa di San Simpliciano. Allo Sposalizio della vergine, emblema saviniano della civiltà chiusa di Milano, del suo equilibrio, della sua utile mediocrità. Addio a Brera di Beccaria e Dossi, addio a Porta Tessa Quasimodo Sereni, al Montale del respiro vasto della bufera, dei meriggi assorti, degli orti, dei muri di salino costretto nella depressione della pianura, nel dorato cannello dell’imbuto cittadino. Alla casa sul Naviglio dei fervori e dei furori di Vittorini, delle utopie infrante e dei lirici abbandoni. Al rifugio in Solferino dove Sciascia patì la malattia, sua del corpo e insieme quella mortale del Paese. Addio alla Vetra, al Mora e al Piazza, alla Banca del tritolo e della strage, all’anarchico innocente steso a terra come il Cristo del Mantegna, ai marciapiedi insanguinati, alle vite straziate di giudici civili militari studenti giornalisti…

Amaro a chi scompare. Qui la babele, il chiasso, la caverna dell’inganno, il loto dell’oblio, l’Eea dei filtri, della mutazione, del grugnito inverecondo.

Addio.

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Lo scrittore Vincenzo Consolo, milanese d’adozione, ritratto nella sua casa adottiva nel 1992.

Qua alcune parole bellissime sulla sua esperienza di scrittore a Milano e, più diffusamente, sull’esperienza formativa di vita al nord per molti scrittori meridionali (in primis Verga).

"ho fatto l’università qui. Ero venuto a Milano proprio attratto dal mito di Vittorini perché in quegli anni c’era Vittorini a Milano, che non conobbi. Ero molto timido e non ebbi il coraggio di andarlo a trovare, di telefonare; comunque quando capii che volevo fare lo scrittore me ne tornai in Sicilia dopo la laurea, perché pensavo che era mio dovere stare lì, per raccontare la Sicilia di quegli anni e soprattutto dal punto di vista storico sociale diciamo, raccontare la realtà siciliana sullo schema di Carlo Lev… del “Cristo si è fermato a Eboli” e sono tornato. Mi sono messo a insegnare nei paesini di montagna, feci il militare prima, poi mi misi a insegnare. Però man mano che andavo avanti  negli anni questa realtà che volevo insegnare, stava profondamente cambiando. Questa realtà mi stava sparendo sotto gli occhi, siamo tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta, stava avvenendo il grande esodo dei contadini siciliani nel caso mio, ma  di tutto il meridione verso il nord industriale, questa grande trasformazzione. Quindi mi trovai in grande imbarazzo perché vedevo una realtà sociale che mi spariva sotto gli occhi insomma. Feci in tempo mentre stavo giù in Sicilia a pubblicare il mio primo romanzo, che si chiama “La ferita dell’Aprile”, pubblicato da Mondadori nel ‘63, e dopo decisi di fare le valigie e di tornarmene a Milano perché volevo vedere questa realtà in grande trasformazione, volevo viverla e cercare di raccontarla insomma. E quindi mi trasferii a Milano nel 1968. Senonché quando arrivai qui… tutti sappiamo che cosa significa il ‘68 a Milano… insomma, mi trovai in pieno rivolgimento sociale, negli anni della grande contestazione sociale, gli anni dei conflitti sociali con tutto quello che accadeva e provai una sorta di spaesamento, perché era una realtà che io non conoscevo e quindi mi mancava il linguaggio di questa realtà industriale, insomma mi mancava la memoria. La stessa cosa si è potuta verificare se mi è permesso… insomma l’ha subita Giovanni Verga molti anni prima di me. Verga che era stato a Firenze, aveva scritto dei romanzi cosiddetti “mondani” e poi nel 1872 si era trasferito a Milano e trovò una Milano in completo cambiamento, in grande rivolgimento: c’era la prima rivoluzione industriale, la città si stava ingrandendo, sorgevano nuove fabbriche e quindi anche Verga subiva una sorta di spaesamento e di crisi creativa anche, perché capì che non poteva più scrivere come aveva scritto sino ad allora e quindi fu costretto a tornare alla memoria della Sicilia della sua infanzia insomma. Ecco quella è la ragione per cui cade,  che lo fa diventare instabile. Così Verga incominciò a diventare quello che noi conosciamo, quello che fece quella grande rivoluzione linguistica, e non solo linguistica, con le prime novelle, “La vita dei campi”, “Novelle Rusticane”,  e poi con  i “Malavoglia” Proprio perché fu costretto a tornare memorialmente alla Sicilia, poi vi si trasferì anche fisicamente diciamo. E io subii la stessa cosa, perché poi rimasi in silenzio per quasi 13 anni insomma, dal primo al secondo libro, e quindi anch’io capii che per tornare a scrivere dovevo tornare alla mia memoria dell’infanzia, alla  Sicilia, alla memoria storica, al mio linguaggio…"

(intervista rilasciata a Nadia Cavalera)

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Milano 1909: libreria Treves, la Fedra, parole d’ordine apparente

- Venne la prima della Fedra. Fino alle sette i centauri, gli uffiziali e gl’intellettuali del Cova furono in ansia. Alle sette qualcuno venne ad annunciare che il libro era uscito. La libreria Treves occupava in Galleria il posto che ora occupa la libreria Garzanti, e in più le vetrine che ora sono della C.I.T. Alle sette, dopo un breve intermezzo di saracinesche abbassate, tutte le vetrine della libreria Treves si aprirono sfavillanti di luce, e piene dall’alto in basso dei simili esemplari della Fedra. Dopo mezz’ora però non rimaneva traccia di quel biblico prato, perchè i centauri, gli uffiziali e gl’intellettuali si erano buttati sui volumi come cavallette sul grano, per studiarsi il testo dannunziano prima dello spettacolo. E la sera stessa, dalle nove alla mezzanottte, nella platea e nelle gallerie del Teatro Lirico, quegli stessi centauri, quegli stessi uffiziali, quegli stessi intellettuali del Cova, ai quali si erano aggiunte le più belle spalle, le più belle mamme, le più belle braccia di Milano; e assieme le spalle più brutte, le mamme più vizze, le braccia più nere e macere e pelose della città, si annoiarono prodigiosamente allo spettacolo della castità di Ippolito e della lubricità della figlia di Minosse; ma dopo teatro cionondimeno , e l’indomani, e per molti giorni ancora, i centauri, gli uffiziali e gl’intellettuali , e le belle spalle, e le spalle brutte continuarono a ripetersi l’un l’altro  come una parola d’ordine, come un motto araldico, un po’ sorridendo e un po’ divagando: «Fedra indimenticabile… ».

Alberto Savinio (Ascolto il tuo cuore, città, 1984)

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"la tua lezione è per sempre"

"Raccolgo qui, delle poesie scritte durante alcuni anni trascorsi a Milano, quelle che nell’insieme mi son sembrate abbozzare un ritratto della città, almeno tale e quale io l’ho conosciuta e amata. L’ordine con cui si presentano nel volume sta ad indicare la successione delle impressioni, il trasformarsi dei sentimenti, il mutare della prospettiva con cui sono andata guardando cose e persone in quegli anni, in altre parole il mio progressivo comprendere la città, fino alla totale affezione."

In tanta umiltà di natura

come un ordinato canto corale

ci si passa la voce del lavoro,

calma forza si libera, minuto

per minuto, in un fervore eguale

senza effervescenze, quel tanto

che basta per costruire e durare.

Prime domeniche di primavera,

sotto gli alberi immobili del Parco,

ai Giardini di Porta Venezia, il tappeto

di margherite è urgano riflesso dagli occhi,

al sole bianco dell’Idroscalo o sul greto

calcinato dell’Adda, fra le draghe,

o su lingue di verde lungo la provinciale

è uno sciamare discreto

di volti convalescenti

un disciplinato sollievo.

Bacino grigio che specchi

il traliccio più grigio della della vita,

ci costringi a fissarlo, a guardarci

come sue fibre senza ripugnanza o paura

o il retorico orrore

degli orari stabiliti,

la tua bellezza è vietata

all’intruso di passaggio

come i tuoi giardini nascosti

da nobili e tristi facciate,

la tua intimità, custodita 

dall’ordine e dalla noia,

si svela lungo strette vecchie strade

placide come canali,

negli interni di chiese

odorosi di legno lucidato

a cera, è ancora salva

tra i veli della pioggia o della nebbia

nel traffico dei grandi quadrivi,

lungo le catene di viali e piazzette ad anello

maglia dopo maglia, ingannevoli

per chi non possieda il suo tratto

familiare;

                      città

virile, radicata

nella tua plaga come un’armata compatta

ti difendi dal mistero

con lavoro e comfort,

vestita dei tuoi calmi toni neutri

dei tuoi colori languidi o artificiali:

soli sfocati e schermati,

raggrumati nei frutti, in volti giovani,

nei banchi dei fiorai;

tramonti sulfurei di via Melchiorre Gioia, scoppiati

fra i cristalli dei grattacieli!

nere mattine elettriche, gravide estati

prive d’azzurro, squarciate dai temporali!

Addio Milano,

chiuso cortile, punta di diamante

sul cristallo del futuro,

addio alla tua pace

di rumori e di silenzi, al tuo sogno

antico e nuovo, la tua monotona canzone

resta nel cuore,

la tua lezione è per sempre.

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Giuseppe Marotta

Del resto, dai viali della periferia avanzava una nebbia compatta, e noi eravamo due giovani squattrinatissimi immigrati che si fermarono a considerarla. Che cosa non si è scritto sulla nebbia? “Astrusa, ladra. Va e viene in punta di piedi. É l’alito dell’inverno. Piú silenziosa della luna”, eccetera. Invece Michele disse: “Assaggiala. È maledettamente scondita. Che diresti di iniziare un racconto così?: ‘Giovanni aveva fame. Spruzzava di sale la nebbia e ne mangiava ingordamente larghe fette. Supponendo che egli pagasse regolarmente le tasse, le guardie lo lasciavano fare.’ “

da A Milano non fa freddo, 1972

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