Festival del proletariato giovanile di Parco Lambro

Festival del proletariato giovanile di Parco Lambro

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Verdone & Milano

Verdone & Milano

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Studenti della Facoltà di Ingegneria in piazza, 1968

Studenti della Facoltà di Ingegneria in piazza, 1968

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servizio raccolta siringhe AMSA, primi anni ‘80

servizio raccolta siringhe AMSA, primi anni ‘80

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Su un tram il cartellone di una campagna pubblicitaria molto in auge tra la fine degli anni ‘80 e i primi ‘90. La generazione bambina in quegli anni ricorda ancora con inquietudine l’apparizione improvvisa di questi occhi bianchi, vuoti, terrificanti, tra le pagine di Topolino.

Su un tram il cartellone di una campagna pubblicitaria molto in auge tra la fine degli anni ‘80 e i primi ‘90. La generazione bambina in quegli anni ricorda ancora con inquietudine l’apparizione improvvisa di questi occhi bianchi, vuoti, terrificanti, tra le pagine di Topolino.

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Milano da pere.
Campagna di prevenzione anni 80

Milano da pere.

Campagna di prevenzione anni 80

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Cinema Centrale, via Torino. 1976

Cinema Centrale, via Torino. 1976

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Sergio Endrigo nota probabilmente qualcosa che non va nella giacca di Luigi Tenco. Milano, lato Galleria Vittorio Emanuele, 1961

Sergio Endrigo nota probabilmente qualcosa che non va nella giacca di Luigi Tenco. Milano, lato Galleria Vittorio Emanuele, 1961

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bacio a Milano di Gianni Berengo Gardin

bacio a Milano di Gianni Berengo Gardin

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Pagherete caro, pagherete tutto, 1975. 

Prima parte* del documentario realizzato dal Collettivo di cinema militante di Milano che testimonia le giornate di lotta e sciopero per l’assassinio di Zibecchi e di Varalli. Testimonianza preziosa di lotta antifascista e di una vecchia Milano antifascista.

Colpiscono le voci, i canti, la pochissima voce off e l’immediatezza con cui il canto collettivo raggiunge questo lato dello schermo, questo spazio di tempo distantissimo.

*le altre parti sono sempre su youtube, a lato di questo

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"Il vedovo", Dino Risi (1959) > Torre Velasca sui titoli di testa, piazza velasca e infine due immagini di piazza della Scala

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Il capodanno a Milano in due film di Ermanno Olmi

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Almeno un paio di veglioni di capodanno a Milano, entrambi abbastanza inconsueti, li possiamo incontrare al centro di alcuni film di Ermanno Olmi: Il Posto, straordinario lungo del 1961 e La cotta, mediometraggio dalle velleità documentaristiche uscito nel 1967. 

In entrambi i film il giovane protagonista dà appuntamento alla ragazza di cui è innamorato per la grande serata del 31, in entrambi i casi incontrerà la disillusione e conoscerà realtà impreviste, inaspettate, inizialmente tristi e poi, a loro modo, diversamente rivelatrici. 

Si tratta di sequenze dense del romanticismo della vecchia Milano, costruite intorno alla figura del ragazzo innamorato e ancora illuso ma già immerso, senza esserne in alcun modo consapevole, nella realtà della maturità che è feroce e a suo modo violenta.

Due grandi momenti di grande cinema italiano.

Cliccando sulle immagini potrete accedere ai link youtube per vedere i film per intero.

Buona visione e buon anno nuovo a tutti

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…piccolo antipasto del regalo che arriverà a capodanno…

…piccolo antipasto del regalo che arriverà a capodanno…

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Qua su Nuovi Argomenti una disamina accurata dei luoghi milanesi raccontati da Dino Buzzati nel suo capolavoro

Qua su Nuovi Argomenti una disamina accurata dei luoghi milanesi raccontati da Dino Buzzati nel suo capolavoro

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Camminare da solo, di notte (Antonio Moresco)

Quali sono le mie dipendenze?
Allora, vediamo:
L’aria, prima di tutto, dalla quale dipendo da quando mi è venuta dentro come una botta al momento del taglio del cordone ombelicale e che devo continuare a strappare a brani dall’atmosfera fino a quando non mi sarò stancato di vivere in un mondo simile.
Il mio stupido cuore aritmico, con un soffio, una valvola difettosa, che continua non so perché a pompare sangue nel mio stupido corpo, e che ogni tanto si inceppa, pompa troppo forte o smette per un po’ di pompare, produce piccoli traumi ischemici nel mio povero cervello disancorato, perdita di memoria, accecamenti.
L’amore, che per me ha il suo centro nell’anima e nel corpo femminile: gli occhi, la bocca, le mani, la voce che esce dalle strettoie della gola umida, il collo, le tette, le ascelle, la schiena, l’incavo delle reni, la cruna, l’antro oscuro e profumato del culo, da cui siamo nati tutti.
E poi ce ne sarebbero tante altre. Le passo in rassegna rapidamente:
Devo mangiare, devo dormire, devo evacuare, devo eiaculare. Ho bevuto molto, in passato, e ho fatto molta fatica a smettere. Ho fumato molto, e ho fatto molta fatica a smettere. Sono stato un fanatico, e forse lo sono ancora. Ho affidato la seconda parte della mia vita al sogno di fusione della letteratura e all’esercizio della scrittura, ma non riesco a considerare la scrittura come una dipendenza, perché non so e non saprò mai se sono io che dipendo dalla scrittura o se è la scrittura che dipende da me.
Ma non mi va di parlare di nessuna di queste dipendenze. E poi l’ho già fatto, in un modo o nell’altro, in passato.
E allora di che dipendenza potrei parlare? mi chiedo. Possibile che non ci sia qualche altra cosa che devo fare tutti i giorni se no non riuscirei a vivere?
Sì, una c’è.

Quando non sono lontano da casa per qualche impegno e le mie giornate non sono scompaginate, quando non sono travolto da altre cose, cammino di notte, ogni notte, per le strade della città dove vivo, con qualsiasi tempo: caldo, freddo, pioggia, neve, grandine, vento.
Ho cominciato a trent’anni, quando sono tornato a Milano dopo un lungo giro attraverso l’Italia durato dieci anni inseguendo le mie illusioni. Allora vivevo in una piccola stanza in periferia e scrivevo su un quaderno un’indefinibile cosa intitolata Clandestinità. Uscivo di notte, camminavo con una lattina di birra in mano lungo strade e stradoni dove non passava nessuno, parchi vuoti e deserti dove si aggiravano solo spacciatori e drogati e povere, dolci puttane bambine, perché avevo perduto la mia vita, non avevo una strada, stavo solo conficcando la mia povera testa cieca nell’infinito buio del mondo. Se per caso passavo davanti a un bar vuoto che stava chiudendo, comperavo un’altra lattina di birra e la bevevo continuando a camminare. Sentivo il fragore della saracinesca che si chiudeva alle mie spalle. I contorni delle strade si sfuocavano, le luci dei lampioni e delle insegne si espandevano di fronte ai miei occhi annebbiati, sentivo solo che ero da qualche parte ma non sapevo dove, che non ero da nessuna parte ma che forse c’ero.
Ho continuato a camminare di notte anche quando sono arrivato nella casa dove ancora adesso vivo, allora con i pavimenti concavi su cui i mobili non stavano bene in piedi, con una stufetta a gas nell’ingresso. Facevo fatica a digerire, bevevo, lo stomaco mi bruciava, di notte non riuscivo a dormire, solo l’amore fisico continuamente cercato mi regalava momenti di oblio e perdita di conoscenza, ero pieno di ferite, non riuscivo a sopportare il buio della mia vita e tutto il dolore e il male che avevo vissuto, di notte picchiavo i pugni contro la parete che divideva il mio appartamento da quello del vicino, per fargli spegnere quel cazzo di televisore. Adesso ero meno lontano dal centro di Milano. Uscivo di notte e camminavo per ore. All’inizio avevo fatto fatica. Dopo una mezz’ora che camminavo così, al buio, da solo, mi domandavo improvvisamente: “Ma che cosa sto facendo? Dove sto andando?” E allora le mie gambe si fermavano, rimanevo paralizzato. Mi vedevo dall’esterno e mi pareva che non avesse senso quello che stavo facendo, che mi ostinavo a tenere accesa una piccola, inutile luce in un mondo dove non c’erano occhi che potessero vederla.
Ma poi il momento passava, il terrore passava. Riprendevo a camminare, un passo dopo l’altro, non so verso dove. Le strade erano ancora lì, il mondo era ancora lì, il mondo o la sua visione. Mi assalivano vertigini, cefalee oftalmiche, e allora, quando il sangue non affluiva più ai capillari dell’occhio per l’improvvisa vasocostrizione, tutto diventava buio, non vedevo più le strade, non vedevo più niente, dovevo tastare i muri con la mano per poter ritornare a casa. “Ma non lo sa che se queste crisi durano troppo a lungo, se il sangue non irrora per troppo tempo l’occhio, potrebbe perdere la vista?” mi ha detto un giorno un medico psicosomatico a cui mi ero stupidamente rivolto. Come se fosse colpa mia, come se dovessi vivere come una colpa il fatto che non volevo più vedere il mondo.
Sono andato avanti così, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, un decennio dopo l’altro. Percorrevo quasi sempre le stesse strade, come i pellerossa seguivano sempre gli stessi sentieri per fermare il tempo. Coglievo senza rendermene conto ogni mutazione che avveniva nel mondo, mentre gli anni passavano e io continuavo a spostarmi dentro la mia immobilità. Cambi di pettinature, di vestiti, di modelli di automobili, fuoristrada, macchinine elettriche, cartelloni pubblicitari prima solo incollati ai muri poi luminosi, rotanti, pieni di ragazze svestite anche in pieno inverno, schiene nude, poi pance nude, merde sui marciapiedi, poi persone che raccoglievano le merde dei loro cani con la mano dentro un sacchetto di plastica trasparente, videocamere sempre più numerose lungo le strade, ragazzi dalla pelle scura che giravano con mazzi capovolti di rose, migrazioni di popoli… Incontravo altre persone sole che evidentemente uscivano come me sempre alla stessa ora, perché le incrociavo più o meno nell’identico punto, e allora alzavamo gli occhi per un istante e ci guardavamo e ci riconoscevamo. Un uomo giovane che a poco a poco, nel giro di un paio d’anni, è diventato un barbone e di cui un giorno dopo l’altro ho colto tutti i passaggi, i piccoli impercettibili segnali nella persona e nei vestiti: una notte la cravatta un po’ più allentata, il mese dopo la camicia senza un bottone, poi i capelli più lunghi e meno curati, la giacca sempre più sformata, poi una tasca strappata, la barba lunga, le prime sbirciate dentro i cestini delle immondizie, lo sguardo sempre più assente… Non alzava più gli occhi mentre mi incrociava, si stava isolando sempre più dal mondo. Finché una notte l’ho visto dormire coricato per terra sopra un cartone. E poi ce n’era un altro che camminava con dei calzoni blu a mezza gamba anche in pieno inverno e puzzava molto a passargli vicino, sempre imbrillantinato, che quando incrociava mi diceva all’improvviso qualcosa di così spiazzante che mi lasciava ogni volta sbalordito, come se fosse dentro la mia testa e stesse leggendo proprio in quello stesso istante nei più intimi dei miei pensieri. “Com’è possibile?” mi dicevo “Chi sarà quell’uomo che sa tutto, capisce tutto, anche quello che io non capisco?” Una notte ho scritto irresistibilmente su un foglietto la sua battuta improvvisa, accompagnata da una risata, subito dopo averlo oltrepassato, per non dimenticarla, tanto era piena di sconcertante veggenza. Ma poi ho perso il foglietto, come mille altri che tenevo nelle tasche e scarabocchiavo in fretta mentre camminavo di notte. L’ho cercato e non l’ho più trovato. Anche quell’uomo, da un giorno all’altro, è scomparso. Sarà morto, oppure starà percorrendo altre strade, starà incrociando qualcun altro e starà guardando anche nella sua anima, o forse starà incrociando ancora me stesso che credo di essere qui e invece sono finito da un’altra parte, che non so più dove sono.
E poi, a poco a poco, mentre gli anni passavano e la città si cominciava a riempire sempre più di immigrati, incontri con ragazzi arabi che rincasavano a testa bassa e con il naso insanguinato e rotto, reggendo con una mano il borsone di una qualche società pugilistica che attirava i poveri venuti da chissà dove in cerca di una piccola strada anche per loro nell’infinito buio del mondo, che di giorno facevano i manovali nell’edilizia perché avevano ancora le mani e i capelli velati di calce, come un po’ di decenni prima erano i ragazzi del nostro sud a cercare una loro strada nel pugilato, al tempo di Rocco e i suoi fratelli e dell’Italia di quegli anni. E poi domestiche filippine che incontravo certe volte sul metrò, quando dovevo portarmi in posti più lontani per cominciare a camminare da lì, che rincasavano dopo i servizi nelle case del centro, ed erano così piccole che i loro piedi non arrivavano neppure al pavimento della vettura, facevano dondolare le gambe come bambine. Certe volte mi assentavo così tanto che non mi ricordavo, al ritorno, se ero uscito di casa oppure no. Proprio mentre infilavo la chiave nella serratura per rientrare mi dicevo all’improvviso: “Accidenti, questa notte non sono uscito a camminare!” “E come mai adesso sto rientrando?” mi rispondevo. “Ma allora perché non mi ricordo più niente?” continuavo a domandarmi “Dove sono stato finora? Da dove sto venendo?” Mi capitava di accorgermi di quello che era avvenuto intorno a me dal giornale che leggevo il giorno dopo: persone in overdose scappate dall’ospedale e poi ammazzate che avevo visto riverse su un marciapiede, persone accoltellate vicino a me mentre eravamo seduti a poca distanza sopra lo stesso gradino e di cui leggevo il giorno dopo la notizia della morte. “Ma come, ero lì vicino e non me ne sono accorto!” mi dicevo. Come una sera d’estate, mentre ero seduto sui gradini del Duomo con una birra in mano e un sudamericano ha accoltellato al fegato un altro sudamericano seduto a pochi metri di distanza da me, e il tutto è avvenuto in perfetto silenzio, senza un grido, non mi sono accorto neppure del trambusto che c’era stato dopo, quando hanno portato via il ragazzo con una barella, tanto ero sprofondato nel mio intontimento e nella mia vita e nella mia morte.
Ho assistito a diversi aumenti della luminosità nelle strade, e ogni volta mi sembrava una profanazione. Volevano portarmi via tutto, anche la notte. Stringevo gli occhi, mi domandavo come avrei fatto a sostenere un simile abbagliamento. Poi, giorno dopo giorno, mi abituavo alla nuova luce e non mi ricordavo più del buio che c’era. Perché, se potessimo rivedere adesso le città com’erano prima, ci sembrerebbero buie. Qualche anno fa ho visto per la prima volta Miracolo a Milano in dvd e in una scena si scorgeva Piazza della Scala com’era allora di notte, molto buia, e mi sono detto: “Io non so com’erano allora Piazza della Scala e Milano, perché quando è stato girato quel film io avevo due anni, vivevo in un’altra città, in una grande casa buia piena di lucernari arrugginiti e di grida spaventose e di stemmi, però anche quando ho cominciato a camminare per le sue strade, di notte, Milano era molto più buia, se la rivedessi adesso di colpo mi sembrerebbe di camminare in una città dove c’è il coprifuoco, invece allora mi sembrava normale così.” Vivevo ogni aumento della sua luminosità come un agguato, come se qualcuno volesse abbagliarmi, snidarmi, mentre camminavo di notte e avevo bisogno di essere invisibile. Non si poteva più camminare da soli al buio, non si poteva più scomparire perché c’erano dappertutto quei riflettori che ti snidavano come si vedeva nei film, quando un detenuto cercava di fuggire da un penitenziario e lo abbagliavano con un riflettore azionato da una torretta.
Continuo a camminare di notte, ogni notte, ogni notte, anche nei giorni di festa quando la città è completamente vuota e non c’è nessun altro per strada, anche i giorni di ferragosto, persino l’ultimo dell’anno, quando la gente fa esplodere botti da tutte le parti e scaraventa i piatti vecchi e ogni altra cosa dalle finestre. Una volta hanno buttato da una finestra di un piano alto una stufetta elettrica che è passata a pochi millimetri dalla mia testa prima di schiantarsi sul marciapiede e che, se mi avesse centrato, mi avrebbe sfondato il cranio. E intanto sentivo venire dall’alto le risate e le grida di donne e uomini che continuavano a buttare fuori pezzi della loro vita ridendo per l’ubriachezza, la disperazione e l’esaltazione, mentre continuavo a camminare su un tappeto di fammenti di piatti e bicchieri e di cocci e di vite che scricchiolavano sotto le mie scarpe.
E poi anche brutti incontri, rapine. Una volta proprio a pochi metri dalla mia casa, in una strada buia, prima di uno dei rialzi di luminosità, un ragazzo con i capelli lunghi e il viso un po’ butterato si è avvicinato per chiedermi un’informazione. Gli ho risposto. Ne sono sbucati altri due che mi hanno assalito e buttato a terra, tappandomi la bocca con la mano coperta da un guantone di motociclista, così forte da farmela sanguinare. Mi hanno sollevato di peso, rubato il portafoglio e poi buttato sul marciapiede ricoperto di colla di manifesti che stava colando dal muro e che mi ha imbrattato il cappotto, perché era inverno. Un’altra volta in due mi hanno stretto su una scala mobile della metropilitana e poi fatto rotolare giù lungo quegli implacabili dentini di ferro dei gradini che per poco non mi stritolavano un braccio. Un’altra ancora, in ferragosto, nella città vuota, un ragazzo in crisi di astinenza ha cercato di rapinarmi con una pistola impugnata dalla mano che tremava. Io non avevo soldi con me. Lui si è incazzato, agitava contro la mia testa la pistola con la mano che tremava sempre di più. Poi, d’un tratto, sorprendentemente, mi ha domandato: “Ma, se tu avessi avuto dei soldi, me li avresti dati?” Io gli ho risposto di sì, certo, per forza che glieli avrei dati! E allora, all’improvviso, si è rasserenato, è diventato un’altra persona, se ne è andato via tranquillo, mi ha persino sorriso con riconoscenza.
Un’altra volta sono stato aggredito in una stradina da due ragazzi che mi hanno spruzzato il liquido di una bomboletta spray negli occhi. Sono corso in un bar lì vicino, ho raggiunto il gabinetto, mi sono buttato con la testa nel lavandino e ho cominciato a passarmi l’acqua sugli occhi, ma il bruciore era tremendo, non vedevo niente, gli occhi lacrimavano, mi colava incontrollabilmente il muco dal naso. Sono andato in piena notte in un ospedale poco distante, reparto oftalmico, dove una suora svegliata dal mio arrivo mi ha curato gli occhi e me li ha lavati a lungo tenendomi una bacinella d’acciaio sotto gli zigomi. Il pericolo era che il liquido fosse un acido, trielina o altri usati nelle lavanderie, perché allora mi avrebbe bruciato gli occhi. Per raggiungere quel padiglione, e poi per andarmene, ero dovuto salire su un’autoambulanza interna dove mi ero trovato di fronte a una povera vecchia in vestaglia che qualcuno aveva selvaggiamente pestato. Aveva gli occhi viola, gli zigomi gonfi, la bocca sanguinante e spaccata. E’ più impressionante vedere una vecchia faccia pestata, piuttosto che una giovane. Eravamo rimasti uno di fronte all’altra, muti, impietriti, lei con la sua vecchia maschera tumefatta, io con un occhio bendato, mentre l’autoambulanza percorreva i viali bui tra i padiglioni… Le cose che si vedono di notte, se solo si esce un po’ dai binari. Basta mettere un piede fuori e si entra in un mondo parallelo.
Non riuscivo a capire perché mi avevano aggredito con lo spray, visto che poi non ero stato rapinato. Però qualche giorno dopo ho letto sul giornale che due ragazzi avevano rapinato con lo stesso sistema un tabaccaio che c’era a poca distanza dal punto dove ero stato aggredito, e allora ho pensato che forse con me avevano fatto solo una prova generale per vedere se funzionava.
Un’altra volta, in piena estate, sono stato aggredito da un ragazzo ubriaco che parlava con un forte accento bergamasco e che mi ha assalito afferrandomi per le spalle mentre passavo, ma solo per domandarmi: “Lo sai chi erano i camuni?” Io al momento non ho saputo rispondergli e allora lui mi ha guardato con disprezzo, ha fatto il gesto di sputarmi in faccia prima di lasciarmi andare. Io ho fatto alcuni passi e poi mi sono ricordato improvvisamente di chi erano questi camuni. Allora, anche se ero ormai lontano da quel ragazzo fuori di testa, mi sono fermato, sono tornato indietro e gli ho detto con rabbia: “Sì, cazzo, lo so, erano un piccolo popolo di guerrieri che vivevano nelle valli bergamasche!” E allora lui mi ha improvvisamente abbracciato.
C’è stato un anno in cui doveva esserci la moda di rigurgitare il vino addosso ai passanti, perché mi è successo due o tre volte a distanza di pochi mesi. Mi fermavo a un semaforo. Una macchina si accostava al marciapiede, piena di ragazzi ubriachi con la musica a palla. Un finestrino si apriva, uno dei ragazzi beveva a canna un lunga sorsata da una bottiglia di vino e poi me la rigurgitava addosso. La macchina ripartiva, sgommando. Tornavo a casa con i vestiti fradici e puzzolenti di vino. “Hai ripreso a bere!” si allarmava Renata quando aprivo la porta e mi vedeva di fronte a sé in quelle condizioni. “Ma no, no, te lo giuro! Mi hanno solo sputato addosso del vino!”
Poi è arrivata l’era dei telefonini, e allora ho cominciato a incontrare persone che camminavano di notte parlando da sole. Una volta ho incrociato una ragazza che stava gridando con esaltazione nel suo cellulare: “Sono a New York! Sono appena arrivata! E’ uno spettacolo meraviglioso! I grattacieli, le luci! Sembra di essere in un altro mondo!” Invece eravamo tutti e due nella stretta Via della Guastalla, a Milano, dietro i giardini bui e dai cancelli chiusi, e non c’era nessun altro per strada oltre a noi, solo una macchina messa di traverso di fronte alla sinagoga, con dentro due poliziotti che fumavano in silenzio dietro i finestrini abbassati.
Ho visto resse incontenibili fuori da certi bar che avevano un inspiegabile e improvviso successo, enoteche con ragazze e ragazzi sul marciapiede con il calice in mano e in preda alla giovinezza, che si sforzavano di ridere e di mostrarsi felici, inaugurazioni notturne di negozi con una piccola folla ferma davanti a mangiare le tartine e a bere lo spumante gratis, che poi, dopo pochi mesi, chiudevano. Piccoli ristoranti sempre pieni e altri sempre vuoti. Ci passavo davanti tutte le notti, a questi ristoranti dove non andava mai nessuno. Il gestore e i camerieri che guardavano fuori come spettri mentre passavo, sperando che almeno io entrassi. In uno di questi piccoli ristoranti che non riuscivano a decollare una volta ci hanno messo una cantante. Era una piccola ragazza orientale dall’aria infinitamente triste che cantava in abito da sera nel locale vuoto per cercare di attirare qualche passante. Lei cantava, cantava, ma non entrava nessuno. Sentivo la sua vocina ancora da lontano mentre mi avvicinavo lungo la strada buia. Quando passavo di fronte alla vetrina vedevo il suo povero corpo in piedi che tremava come una foglia per l’umiliazione, senza smettere di cantare con la voce spezzata, e sembrava che stesse piangendo e forse piangeva davvero. Continuavo a sentire per molto la sua vocina acuta venuta chissà da dove che cantava e tremava e piangeva, anche dopo avere oltrepassato la porta a vetri spalancata del ristorante vuoto. Non riuscivo più a passare da quella piccola strada, a sentire quella vocina che cantava e piangeva, che cantava per me, che piangeva per me.
Ma il più delle volte non succede niente, ci sono solo io che cammino e cammino senza pensare a niente.
Certe notti mi sorprendo a cantare anch’io, da solo, quando nessuno mi sente. Mi sorprendo a cantare canzoni ascoltate molto tempo fa, magari stupide, da quattro soldi, ma che mi sono rimaste evidentemente impresse nella mente e nel cuore, come Besame Mucho. La canto con sentimento, come uno stupido, con gli occhi chiusi, mentre cammino. Oppure You Are My Destiny. Tu sei il mio destino, tu condividi la mia solitudine, tu condividi il mio sogno… gridava la voce di un cantante americano di nome Paul Anka che scaturiva a tutto volume dagli altoparlanti degli stabilimenti balneari lungo la spiaggia brulicante di corpi cancellati dalla luce del sole, a Riccione, quando ero un ragazzo magro e solo appena uscito da tre anni di seminario, in quelle estati in cui non vedevo niente di fronte a me, solo un muro. Oppure una vecchia canzone di Tenco intitolata Vedrai Vedrai. Mi sembra che dicesse, o almeno è così che mi sorprendo a cantarla quando sono solo, di notte: Vedrai vedrai, vedrai che cambierà, non so dirti come e quando ma vedrai che cambierà. Vedrai vedrai, non son finito sai, forse non sarà domani ma vedrai che cambierà…

Perché continuo a camminare così? Dove credo di andare? Dove sto andando? Dove andrò? Perché non mi arrendo? Perché ho vissuto come ho vissuto? Perché ho fatto quello che ho fatto? Perché sto continuando a tentare di aprire un varco attraverso la cruna della letteratura? A cosa è servito? A che cosa serve? Il mondo è perduto, le persone sembrano una cosa e invece sono un’altra, lo diceva anche il salmista più di duemilacinquecento anni fa:

Ognuno dice menzogne
al proprio vicino
ovunque labbra bugiarde
e linguaggio da doppiezza di cuore.

È sempre stato così. E allora perché c’è ancora qualcuno così stupido, così intontito che continua a credere ai simulacri del mondo, che non si rassegna? Le società implodono, le società esplodono. I rimedi sono peggiori dei mali. Le persone si sono arrese, si arrendono. Le persone non sanno chi sono. Le persone si fanno del male. Cercano solo di sistemarsi meglio che possono nella loro piccola vita morta, senza guardare in faccia nessuno, costi quello che costi, cercano solo il loro piccolo, realistico posticino nel buio del mondo. Tutto il resto sono solo favole, sogni. Le persone si ingannano, vogliono solo ingannarsi e sfangarla. Le persone ingannano tutti, anche se stesse, e non ci sarà un giudizio. Le parole sono solo particelle che si spostano disperatamente nel buio. Ogni goccia di gioia arriva sempre in un mare di dolore. Le persone non dicono la verità. Le promesse si sciolgono come neve al sole. Lo spazio si restringe. Le pareti si restringono sempre più attorno a te come le reti che accompagnano il tonno fino alla camera della morte della tonnara.

Abbi pietà di me, o Jahve,
perché io sono in angustia.
Si consuma per lo spasimo
Il mio occhio,
la mia stessa anima,
le mie viscere.

Sono stato dimenticato
come un morto, dal cuore,
sono diventato come una cosa perduta.

Chi mi darà le ali della colomba
per volare e riposare?
Ecco: fuggirei lontano
e dimorerei nel deserto.

Non c’è elezione, non c’è grandezza, non c’è sentimento, non c’è lealtà, non c’è onore, non c’è libertà, non c’è amicizia, non c’è amore.

O me infelice,
straniero in Meshec
pellegrino tra le tende di Qedar!

E allora perché vivere in un mondo simile? Perché?

Il primo amore
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