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MILANO
Milandia, ricorda il nome di qualche parco dei divertimenti ma vuol dire ‘mia terra’, terra acquisita, mio eterno spazio di scambio, di respiro. Terra di cemento sempre caldo, su intrecci di vie che dall’alto paiono una ragnatela. La conosciamo da sud, dove i Navigli tentano di supplire all’assenza dolorosa di vere masse d’acqua: un fiume, un grande lago, il mare neanche a parlarne. Riservata, di una dolcezza consumata dai tempi, ci insegna, nel rincorrersi indolente dei crepuscoli, ad alzare gli occhi lentamente, capace com’è di concederci persino due cieli: il primo, che quasi lo si può toccare, è fatto coi fili incrociati dei tram e divide quell’altro, che sta più in alto, in rombi, trapezi, forme senza nome. Dicono sempre, lo fanno quasi tutti, che parlino per lei la moda, l’aperitivo, la polvere bianca posata in superficie, ma pure, io vi dico, vanno aggiunti, la ragazza Carla e il poeta salernitano dal cognome animaletto che, con 10 lire nel taschino della giacca, dormì nel giardino di una piccola casa a Lambrate, e la mattina si ritrovò un fiore in bocca e il sole a scaldargli la testa. Non sono esplosi i torracchioni, è colpa nostra, e questo è vero, li abbiamo moltiplicati, riempiti di fotocopiatrici e motori ignobili ma, grama consolazione, potrei assicurarvi di averne visto uno fantasma, sventrato dalle luci al neon, bianco latteo, senza muri divisori, pavimenti, cravatte annodate, lattine e merendine tra le molle, fondotinta e tacchi alti: incredibile fantascientifica visione, una vertigine.
Se dunque
tu non mi hai amata
- al Giambellino
sul 12 in via Mac Mahon, correndo incontro a un nuovo Dio di Roserio
sulla montagnetta di San Siro
tra gli skaters di Parco Lambro
in quei profumi naftalinici, materni, di pietanze sul fuoco
che escono dagli androni delle case di viale Lombardia -
non è certo a lei,
ai suoi tempi concentrati come caffé ristretti
al suo senso di perenne ritardo nell’anticipo,
che puoi dare la colpa.

Giulia Cavaliere scrive di musiche nuove e dischi a 45giri su Mucchio Selvaggio, Sentireascoltare e Cosebellemagazine.

Qui ama Milandia sul suo splendido Case della Vetra, qui parlale su Twitter.

(via lenciclopop)

opuscolo che raccoglie elenco di lotte, occupazioni, mozioni dell’istituto dal 1962 al 1968

Mi imbatto online in questo piccolo film girato tra le stazioni di Milano nel 1977 (con pellicola Kodachrome Super8).Noto che la voce degli annunci, quelli tipo “attenzione, treno in arrivo al binario 3, allontanarsi dalla linea gialla” da allora non è mai cambiata.

Quello che leggerete qua sotto è uscito anche sulla rivista Il primo amore

 

Spiegare in poche parole quanto Enzo Jannacci fosse Milano è impossibile, Jannacci è stato, senza ombra di dubbio, il suo più grande cantore e pure l’ultimo suo pittore. Inutile dunque raccontare ciò che già si conosce, parlare di lui al Santa Tecla, di lui con Gaber, con Bianciardi, delle meraviglie con Beppe Viola e con Fiorenzo Carpi. Chi è nato, è vissuto o ha vissuto Milano coi propri occhi ben aperti e con le orecchie tese, o ancora chi l’ha sentita raccontare da qualcuno che la conobbe, per fortuna anagrafica, negli anni d’oro del grande boom artistico e culturale saprà che i versi delle canzoni di Jannacci contengono una sterminata quantità di nomi di vie, piazze, intere periferie, stazioni, numeri e direzioni di tram e ancora non basta. C’è poi dialetto, certo, soprattutto, dialetto usato non sempre e solo nei testi ma conservato come un enorme segno identitario nella gestualità sul palco anche in quell’apparentemente insignificante “vun dù trì” alla sua band per attaccare un pezzo - e chi viene da qua, conosce il nascosto significato forte in un “vun dù trì”, quel senso tra le righe che lo rende diverso dalla sua traduzione (un due tre) in italiano -.

Jannacci si teneva strettissima Milano, come un’amata, conservata e adorata in quella voce inizialmente eccentrica, stonata, gracchiante e infine trascinata. Milano presente, sempre, anzitutto, nelle sue più piccole arterie, nei suoi spazi antichi, nelle sue verità crudeli, nella sua commuovente nudità. Ugualmente, anche se si sente dire il contrario, non fecero in molti: di certo Franco Fortini - di cui Jannacci cantò anche ‘Quella cosa in Lombardia’ - e, ancora diversamente, il Giovanni Raboni che ha inventato il nome di questo tumblr.

Il primo album di Jannacci, uscito nel 1964, si chiama “La Milano di Enzo Jannacci” ed è probabilmente il più grande tributo in musica che Milano abbia mai ricevuto, in qualche modo più profondo di ogni album dei Gufi, di Nanni Svampa, della ringhiera del grande Della Mea. Impossibile raccontarlo, perché è dalle crepe della voce, dai toni abbassati e alzati all’improvviso, dai giochi di parole, dalle ironie più sottilmente milanesi - che difficilmente, io credo, possono essere del tutto percepite e comprese da chi non ha avuto un nonno o un genitore che gli parlava così senza spiegargli perché -, che si comprende quanto la città invadesse e avvolgesse la sua scrittura, la sua intera umanità, la sua prospettiva di sguardo.

Gli uomini e le donne di Enzo sono gli uomini e le donne che hanno sempre, diversamente, popolato Milano. Uomini che non hanno una lira e per questo vanno al lavoro in bicicletta ma iniziano a prendere il treno per non essere da meno della donna che vogliono conquistare, conosciuta all’ombra della catena di montaggio, uomini che sono disposti ad andare a Como (a Como!) in moto e tornare a Milano a piedi per avere anche un solo basin (un bacino). C’è quello che ‘andava a Rogoredo, c’è il senzatetto che s’innamora all’Idroscalo, quello che aspetta col mal di piedi sotto casa della Lina e perde il tram 31 a pensarla lassù con Gino il barbiere, che ha un mucchio di dané, ma pure uomini innamorati che accompagnano la propria donna a battere in piazzale BaraccaQuesto e tanto, tantissimo altro.

Piange Milano, piange il suo più grande artista, il chirurgo che scrive canzoni, diplomato al conservatorio, uomo che indaga le storie umane della sua città, che si sdraia sul pavè e la guarda che sale, e sale, felice di sdraiarsi lì, ai suoi piedi e farla ridere, farla piangere, ridere e piangere con lei.

Pubblicità della Banca Popolare di Milano, 1983

Catalogo fotografico di Carlo Orsi

Catalogo fotografico di Carlo Orsi

Dino Buzzati con la moglie Almerina a passeggio per Milano (1) e in piazza San Babila (2). I due si sposarono quando la ragazza aveva 25 anni e lo scrittore 60, ma si conobbero e diventarono amici quando Almerina ne aveva appena 19. Un rapporto fatto di complicità e notti insonni passate a scrivere (lui) e leggere (lei) uno di fronte all’altra e, nelle pause, a mimare partite di golf.

La donna racconta il loro primo incontro davanti alla fontana dei Giardini Pubblici: lui aspettava una modella che posasse in alcune fotografie per un suo articolo della Domenica del Corriere e invece arrivò lei a sostituirla. In quel periodo però Buzzati era ancora innamorato della ballerina della Scala resa protagonista del suo romanzo Un Amore.

Dino Buzzati in via Solferino

Dino Buzzati in via Solferino

Sono nato in questa città.
Amo questa città come si può amare qualcuno a cui ci lega un vecchio rapporto di familiarità e di amicizia. È la città nella quale sono cresciuto. Ha dato forma alle mie passioni, alle mie speranze, alle mie angosce. Ammiro le parti belle e le parti misere del suo corpo, dai quartieri, alle case, ai muri, ai selciati. Ha una sua bellezza e una sua bruttezza, esterne, visibili, che sono l’incarnazione della sua storia, che si esprimono nei suoi caratteri fisici e che acquistano maggior senso nel confronto con altre città. Questa città è simile a un essere vivente, è un organismo che respira e si dilata sopra di noi come un mantello protettivo che ci avvolge e ci confonde nello stesso tempo.
Negli anni è diventata per me come un porto di mare, un luogo privato dal quale partire per altri mari, per altre città, per poi ritornare e quindi ripartire. Un porto cioè un luogo stabilizzato dove accumulare campioni prelevati, reperti e impressioni dei luoghi lontani. Immagini che si depositano nella memoria, come una sostanza che la città sa far propria e trattenere, ma che sa restituire metabolizzata in altre immagini, ricomponendo presente e passato, vicino e lontano, a piacimento, secondo le pulsazioni del cuore. Piccoli reperti di archeologia contemporanea.
Questa città mi appartiene e io le appartengo, quasi fossi un frammento fluttuante nel suo immenso corpo. Mi ossessiona un bisogno costante di conoscenza della sua fisicità, una necessità di rileggere di nuovo i tratti, le parti nascoste ma anche i luoghi noti e le sembianze più conosciute. Tra di noi c’è un varco aperto, che permette uno scambio continuo di percezioni, un punto di vista speciale. Talvolta ho l’impressione che si manifesti più nitidamente e all’improvviso dinanzi agli occhi, che mi informi del suo ingombro, della sua consistenza e della sua materia.
La città mi investe e mi abita.
 
(Gabriele Basilico, 1944-2013)

“San Babila, fermata San Babila”. Tempi lontani, tempi di Boom.

Darsena innevata, 1930

Manifesto su progetto e nascita delle stazioni di Porta Venezia e Garibaldi

1954. Luciano Berio e Bruno Maderna sonorizzano un documentario radiofonico sulla città. Si tratta di un documento eccezionale anche grazie all’incredibile testo scritto dal musicologo Roberto Leydi che sottolinea gli spazi visivi e sonori della Milano degli anni Cinquanta. Un racconto di luci, ombre, fantasmi, cortili, deserti, tassì e tram…

Qua i link della seconda e della terza parte:

http://www.youtube.com/watch?v=Ioz2diJg6yE

http://www.youtube.com/watch?v=fklUr9ld7xo

7.12.1968 

La contestazione arriva in piazza della Scala. E’ un’azione di disturbo della tradizionale inaugurazione della stagione d’opera, annunciata già nei giorni scorsi, tanto che l’ente scaligero aveva deciso di togliere alla serata ogni carattere di gala e di sfarzo. Intorno alle 20.20, dieci minuti prima dell’inizio del Don Carlo, gruppi di giovani provenienti da strade e piazze adiacenti, circa trecento in tutto, hanno cominciato a bersagliare con uova e ortaggi gli spettatori che si avviavano in teatro, «con preferenza per i visoni» delle signore, cantando Bandiera rossa e sventolando cartelli con scritto, fra l’altro, «Ricchi, godete, sarà l’ultima volta», «Falce e martello, borghesi al macello». Polizia e carabinieri presidiavano la zona. Lo studente della Statale Mario Capanna ha arringato al megafono gli agenti, invitandoli a ribellarsi ai superiori e ad unirsi ai contestatori». Ai tre squilli di tromba per la carica delle forze dell’ordine, i manifestanti si sono dispersi, per tornare di nuovo nella piazza ma senza incidenti.