case della Vetra

realtà e vagheggiamenti dalla città di Milano
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Pagherete caro, pagherete tutto, 1975. 

Prima parte* del documentario realizzato dal Collettivo di cinema militante di Milano che testimonia le giornate di lotta e sciopero per l’assassinio di Zibecchi e di Varalli. Testimonianza preziosa di lotta antifascista e di una vecchia Milano antifascista.

Colpiscono le voci, i canti, la pochissima voce off e l’immediatezza con cui il canto collettivo raggiunge questo lato dello schermo, questo spazio di tempo distantissimo.

*le altre parti sono sempre su youtube, a lato di questo

da San Babila ore 20: un delitto inutile di Carlo Lizzani, 1976

Dino Buzzati con la moglie Almerina a passeggio per Milano (1) e in piazza San Babila (2). I due si sposarono quando la ragazza aveva 25 anni e lo scrittore 60, ma si conobbero e diventarono amici quando Almerina ne aveva appena 19. Un rapporto fatto di complicità e notti insonni passate a scrivere (lui) e leggere (lei) uno di fronte all’altra e, nelle pause, a mimare partite di golf.

La donna racconta il loro primo incontro davanti alla fontana dei Giardini Pubblici: lui aspettava una modella che posasse in alcune fotografie per un suo articolo della Domenica del Corriere e invece arrivò lei a sostituirla. In quel periodo però Buzzati era ancora innamorato della ballerina della Scala resa protagonista del suo romanzo Un Amore.

"San Babila, fermata San Babila". Tempi lontani, tempi di Boom.

(Un bell’articolo di Natalia Aspesi in merito all’ideologia paninara e ai furti dei capi alla moda, uscito il 3 marzo 1985 su la Repubblica)
La lotta di classe in Timberland
IL GELO aveva stanato, quest’ inverno, centinaia di pellicce di zibellino, solitamente tenute nascoste in città ed esibite solo dove esse costituiscono la normalità, a Cortina, a St Moritz. Ma i giovani rapinatori da strada non si sono interessati a questi tesori che costano attorno ai cento milioni (e anche molto di più). Erano impegnati a strappare ai loro coetanei giacche a vento, scarpe e persino calze della marca alla moda: uno solo dei tanti episodi quotidiani è arrivato sui giornali, perchè è finito in tribunale e si è concluso con la condanna dei sei ladri maggiorenni (i 17 minorenni sono stati rilasciati subito) a 2 anni e due mesi con la condizionale, più una multa di un milione a testa: il costo di un Moncler, di due paia di Timberland, di qualche paio di calzettoni Burlington, quindi di un tesoro che si è fatto ancora più irraggiungibile, almeno senza rapinarlo. I gruppi giovanili che una volta si scontravano per ideologie politiche, neri contro rossi, rossi contro neri, oggi si coagulano attorno a una marca, scendono in guerra per la conquista di una “firma”. Massimo simbolo dei loro desideri e ideali, il teatro dove avvengono gli scontri; davanti ai negozi di fast food, cibo povero e maleodorante, che ha sostituito le golosità del gran vivere, caviale e champagne, di cui sembrano ormai cibarsi solo i criminali eccellenti in carcere. Gli espropri proletari degli anni 70 sono diventati una battaglia tra brigate della moda, tra bande dell’ abbigliamento: non tra ricchi e poveri, ma tra giovani spesso ugualmente impoveriti che hanno eletto la merce, un certo tipo di merce, a loro desiderio e conquista. SE una volta bastava indossare l’ eskimo per qualificarsi politicamente, oggi basta un Moncler per qualificarsi economicamente. Perchè il Moncler è il più caro dei giubbotti come le Timberland sono le più care delle scarpe. Il denaro, per questi giovani disoccupati o sottoccupati, non sempre di famiglia benestante, è il più ambito dei beni, e gli oggetti più costosi servono a segnalare il fortunato far parte di una casta privilegiata, quella dei ricchi. Come è scritto in un volantino dei cosiddetti paninari, i più agguerriti tra i gruppi esibizionisti di ricchezza, il nemico non è più di classe, ma è colui che si dà un’ immagine che non rientra nei canoni di una moda costosa, “chi indossa senza vergognarsene Clark in offerta speciale, golf e giubbotti acquistati al mercato del sabato mattina, o all’ Onestà dove paghi tutto la metà”. Allo stesso modo, il nuovo emarginato è, come segnala Vittorio Corona direttore del mensile “Moda”, colui che, non potendo accedere al troppo costoso capo firmato, ne accetta l’ imitazione a minor prezzo; come se il nuovo scontro sociale fosse quindi tra la “firma” e la sua brutta copia. La paura e l’ orrore della povertà, del non accesso al consumo privilegiato, di una immagine che non denoti opulenza, non è appannaggio solo di chi i soldi ce li ha, ma anche di chi non ce li ha. Per cui si vedono i garzoni dei bar che lavorano accanitamente per pagarsi l’ abbronzatura artificiale, simbolo del ricco che se ne è andato in montagna, i figli delle donne a ore che aspettano la mamma alla fine del mese per piatire l’ enorme dono della calza giusta, che darà l’ illusione di un privilegio, dell’ unico riscatto sociale cui aspirano. L’ USO della droga rientra nella stessa logica dell’ universo giovanile: è una merce avventurosa e qualificante, una sostanza costosa quindi importante, una forma di consumo che permette l’ appartenenza a un gruppo fortunato e che contemporaneamente, con la sua invasione totalizzante della persona, cancella le insicurezze e le esclusioni dalle marche, dai prodotti che contano. Una parte quindi delle nuove generazioni si muove dentro un grigiore e una povertà senza riscatto, in cui imperano la moda, le mode, il gruppo, l’ informatica come gioco, con pochi agganci alla stessa realtà giovanile, al futuro personale in cui scarseggiano il lavoro e quel denaro che arricchirebbe almeno degli oggetti desiderati. In questo senso sembra che le federazioni giovanili dei partiti, come la Fgci nel suo recente congresso, si muovano ancora dentro uno schema in cui tutti i giovani sono quelli di dieci anni fa, ricuperabili alla politica e all’ impegno sociale. Nè sembrano aver capito esattamente la situazione di vuoto e di apatia in cui si muovono queste fasce di giovani sopraffatti dal consumo, neppure gli ex giovani di Democrazia Proletaria che a Milano hanno attaccato i paninari con termini vecchi e ormai irrealistici di lotta di classe, qualificando per “rampolli della Milano bene e figli di papà”, una generazione nebbiosa e indefinibile che in comune ha non tanto l’ appartenenza a una casta danarosa quanto il voler appartenere a una casta che si esprime con i simboli più accessibili e innocui del denaro.

(Un bell’articolo di Natalia Aspesi in merito all’ideologia paninara e ai furti dei capi alla moda, uscito il 3 marzo 1985 su la Repubblica)

La lotta di classe in Timberland

IL GELO aveva stanato, quest’ inverno, centinaia di pellicce di zibellino, solitamente tenute nascoste in città ed esibite solo dove esse costituiscono la normalità, a Cortina, a St Moritz. Ma i giovani rapinatori da strada non si sono interessati a questi tesori che costano attorno ai cento milioni (e anche molto di più). Erano impegnati a strappare ai loro coetanei giacche a vento, scarpe e persino calze della marca alla moda: uno solo dei tanti episodi quotidiani è arrivato sui giornali, perchè è finito in tribunale e si è concluso con la condanna dei sei ladri maggiorenni (i 17 minorenni sono stati rilasciati subito) a 2 anni e due mesi con la condizionale, più una multa di un milione a testa: il costo di un Moncler, di due paia di Timberland, di qualche paio di calzettoni Burlington, quindi di un tesoro che si è fatto ancora più irraggiungibile, almeno senza rapinarlo. I gruppi giovanili che una volta si scontravano per ideologie politiche, neri contro rossi, rossi contro neri, oggi si coagulano attorno a una marca, scendono in guerra per la conquista di una “firma”. Massimo simbolo dei loro desideri e ideali, il teatro dove avvengono gli scontri; davanti ai negozi di fast food, cibo povero e maleodorante, che ha sostituito le golosità del gran vivere, caviale e champagne, di cui sembrano ormai cibarsi solo i criminali eccellenti in carcere. Gli espropri proletari degli anni 70 sono diventati una battaglia tra brigate della moda, tra bande dell’ abbigliamento: non tra ricchi e poveri, ma tra giovani spesso ugualmente impoveriti che hanno eletto la merce, un certo tipo di merce, a loro desiderio e conquista. SE una volta bastava indossare l’ eskimo per qualificarsi politicamente, oggi basta un Moncler per qualificarsi economicamente. Perchè il Moncler è il più caro dei giubbotti come le Timberland sono le più care delle scarpe. Il denaro, per questi giovani disoccupati o sottoccupati, non sempre di famiglia benestante, è il più ambito dei beni, e gli oggetti più costosi servono a segnalare il fortunato far parte di una casta privilegiata, quella dei ricchi. Come è scritto in un volantino dei cosiddetti paninari, i più agguerriti tra i gruppi esibizionisti di ricchezza, il nemico non è più di classe, ma è colui che si dà un’ immagine che non rientra nei canoni di una moda costosa, “chi indossa senza vergognarsene Clark in offerta speciale, golf e giubbotti acquistati al mercato del sabato mattina, o all’ Onestà dove paghi tutto la metà”. Allo stesso modo, il nuovo emarginato è, come segnala Vittorio Corona direttore del mensile “Moda”, colui che, non potendo accedere al troppo costoso capo firmato, ne accetta l’ imitazione a minor prezzo; come se il nuovo scontro sociale fosse quindi tra la “firma” e la sua brutta copia. La paura e l’ orrore della povertà, del non accesso al consumo privilegiato, di una immagine che non denoti opulenza, non è appannaggio solo di chi i soldi ce li ha, ma anche di chi non ce li ha. Per cui si vedono i garzoni dei bar che lavorano accanitamente per pagarsi l’ abbronzatura artificiale, simbolo del ricco che se ne è andato in montagna, i figli delle donne a ore che aspettano la mamma alla fine del mese per piatire l’ enorme dono della calza giusta, che darà l’ illusione di un privilegio, dell’ unico riscatto sociale cui aspirano. L’ USO della droga rientra nella stessa logica dell’ universo giovanile: è una merce avventurosa e qualificante, una sostanza costosa quindi importante, una forma di consumo che permette l’ appartenenza a un gruppo fortunato e che contemporaneamente, con la sua invasione totalizzante della persona, cancella le insicurezze e le esclusioni dalle marche, dai prodotti che contano. Una parte quindi delle nuove generazioni si muove dentro un grigiore e una povertà senza riscatto, in cui imperano la moda, le mode, il gruppo, l’ informatica come gioco, con pochi agganci alla stessa realtà giovanile, al futuro personale in cui scarseggiano il lavoro e quel denaro che arricchirebbe almeno degli oggetti desiderati. In questo senso sembra che le federazioni giovanili dei partiti, come la Fgci nel suo recente congresso, si muovano ancora dentro uno schema in cui tutti i giovani sono quelli di dieci anni fa, ricuperabili alla politica e all’ impegno sociale. Nè sembrano aver capito esattamente la situazione di vuoto e di apatia in cui si muovono queste fasce di giovani sopraffatti dal consumo, neppure gli ex giovani di Democrazia Proletaria che a Milano hanno attaccato i paninari con termini vecchi e ormai irrealistici di lotta di classe, qualificando per “rampolli della Milano bene e figli di papà”, una generazione nebbiosa e indefinibile che in comune ha non tanto l’ appartenenza a una casta danarosa quanto il voler appartenere a una casta che si esprime con i simboli più accessibili e innocui del denaro.

Nel Paninaro c’erano anche i fumetti che il sabato pomeriggio i ragazzi si passavano di mano in mano a piazza San Babila. Queste strisce erano tutte giocate su doppi sensi banalmente allusivi e spesso semplicemente di cattivo gusto. 

Seconda meta degli anni ‘80: adesivi e giornalino Paninaro a Milano erano molto diffusi.

Si notino le espressioni “giustissimo”, “cuccare”, “sei ferrato?” nei quali è facile intravedere gli albori di un certo slang giovanile contemporaneo. Tutto era atto a rendere il giovane acquirente un “paninaro doc”. Si vede anche, dalle copertine, come i milanesi fossero attenti alle nascenti bande paninare nelle altre città italiane. 

(Sarebbe poi molto bello sapere di cosa trattasse l’articolo titolato neo-romaticamente “Sturm und drang”.)

Tra le foto anche “La posta del cuore” di Preppy, antesignana di quella, tipicamente 90s e ricca di tematiche più marcatamente sessuali, del Cioè

(nel video il Drive in, i paninari, il peggio degli anni ‘80 nella voce di un viziatello)

Nel 1985 a Milano esplode la moda dei “paninari”, ragazzi adolescenti o già più che ventenni che impazziscono per gli Stati Uniti, si ingozzano di hamburger e patatine fritte al Burghy (il primo fastfood milanese) e fanno spendere molto denaro ai genitori per poter indossare capi perlopiù costosissimi, il famigerato, ancorché non impermeabile alle nevi, Moncler, le scarpe Timberland, le costosissime calze Burlington, le camice Armani e le borse Naj-Oleari. Tutti capi atti a rendere chiara un’identificazione estetica e una data appartenenza ideologica. I Paninari sono divisi in bande vere e proprie e si riuniscono perlopiù in piazza San Babila, laddove negli anni ‘70 si ritrovavano i neofascisti detti appunto Sanbabilini di cui i paninari rappresentano in effetti una sorta di antropologico proseguo, pur rifiutando molto spesso, un’esplicita presa di posizione politica in accordo con l’imperialismo del consumismo come unico affermato valore di unione. I Paninari ascoltano la musica New Romantic più commerciale, quella dei Duran Duran e degli Spandau Ballet ma la loro non è un’affezione artistica, naturalmente, bensì estetica. Si innamorano del look di Simon Le Bon, i ragazzi, e del viso di Simon Le Bon, le ragazze. Il loro pezzo inno è Wild boys, probabilmente uno dei peggiori brani dei Duran Duran che dovranno portare sulle proprie spalle per tutta la vita il peso di quest’affiliazione estetica.

Sono giunto in questa città una sera d’inverno: faticosamente il sangue ha fatto abitudine agli agguati della nebbia. Nasceva dalla terra, penetrava i muri, veniva fuori in certe ore dalle concimaie della periferia e la bocca faceva acre, le reni acide.

La finestra della mia stanza guardava una vasta parete di confine, cieca, bianca, che lungamente poi m’è rimasta nel sonno; mi dissero che nei giorni sereni avrei potuto vedere la Brianza e le Alpi. Per un’intera stagione dal cortile profondo come un pozzo e opaco, non è venuta su nessuna voce: mi piaceva nel cuore della notte il rumore dell’ultimo treno che passava sul ponte della vicina stazione di Lambrate e partiva per la riviera, e alla prima alba lo squillo, così distante, della trimbetta del lattaio.

Poi ho conosciuto la pietra delle case, sensibile alle stagioni più della scorza degli alberi, una pietra vischiosa, cresciuta al buio e all’umidità. La nebbia mi si palesava meno ostile; l’alba si spegneva nella sua falsa luce con occhi d’agnella, clementi, e cieli si facevano così bassi che la zolla franta ne odorava. Una mattina l’aria mi parve più chiara e sonora intorno alle case che cominciavo a scoprire; vidi una colomba sopra il cancello di una villa in via Porpora, la testa in attesa, in amore. Quando, dopo, la colomba scomparve, non ci fu più alcun sostegno tutt’intorno e la neve cominciò a cadere. 

Avvenne che in un giorno d’aprile, dalla finestra di fronte, una donna venisse a cantare; così ci si accorse della primavera sebbene anche le primule fossero nate. La Lina non ha voluto mai credere a quel miracolo: diceva sempre  che io avevo comprato il vaso bello e fiorito a San Babila in una serra.

Leonardo Sinisgalli da Pagine milanesi