Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.

Elio Pagliarani da Inventario Privato 1959

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un ricordo di Elio Pagliarani

La prima volta che ho letto Elio Pagliarani ero seduta su uno sgabello in un bar di una famosa catena. Il bar è in piazza Duomo e quella mattina avevo preso il tram numero 16 con il mio fidanzato di allora, eravamo scesi proprio alla fermata più vicina alla piazza, fatto colazione insieme in quel bar guardando da una vetrata l’andirivieni umano dell’ora di punta mattutina e poi ci siamo salutati, lui è andato al lavoro, a piedi, lì vicino, e io sono rimasta nel bar a contorcermi su una manciata violentissima di pensieri che mi facevano desiderare di essere altrove, un altrove che era soltano emotivo mentre il mio corpo, nel centro di Milano, stava benissimo solo.

Ho aperto l’opera completa di Pagliarani e mi sono messa a leggere, appuntavo alcuni versi su una moleskine quasi finita e, di tanto in tanto, ne scrivevo di miei. Che beffardo il gioco del leggere i versi che subito ti stimola a scriverne di nuovi. Più entri nella lirica e più è facile pensare di creare di nuova. Pagliarani era grandissimo ed enormemente milanese, non solo perchè a Milano aveva vissuto a lungo e in quella città era facile collocare tutta la sua formazione poetica ma anche perchè le sue liriche sono profondamente intrise di una milanesità fortissima, fatta di luoghi, certo, ma anche di suggestioni e vagheggiamenti e proiezioni e flash. Ho amato subito Pagliarani e l’ho visto investirsi lentamente di tutto quel dolore vitale che è l’amore, quella cosa che allora, dietro la vetrata di quel bar di quella catena sentivo mancare e vedevo arrivare da un luogo lontano e vicinissimo, da una persona finalmente trovata, una persona che era già vertebre, suoni, versi e penna a sfera.

Tra le raccolte di Pagliarani di certo la prima a colpirmi fu Inventario privato, forse il contributo più immediato alla poesia d’amore italiana contemporanea. Tuttora il balzo nei pensieri di molti versi delle liriche di questa raccolta, a distanza di anni, mi è frequente e commuovente.

La mia preferita in questi mesi, è questa

Sotto la torre, al parco, di domenica
con pacata follia per ore e ore
immobile a guardarti. Avevo gli occhi
gonfi, e il sesso, e il cuore.
                                            Infastidita
i tuoi polsi snervati dalla mia
estasi, «lasciami» hai detto, di fuggirti
mi hai consigliato. Sono egoista e
lo spirito umano ha più bisogno
di piombo, che di ali.
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