case della Vetra

realtà e vagheggiamenti dalla città di Milano
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Città dall’alto

Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta.
dei signori e dei cani.
Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù,
nel fondo della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino… e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e
proseguendo a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi - una spanna: continua a leggere
come in una mappa - imbocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.

——

Auguri a Giovanni Raboni, nato in un 22 gennaio molto lontano. Auguri da un luogo che, con il nome di una delle sue più belle raccolte di poesie, lo ricorda ogni giorno e come lui pensa e ripensa a Milano da ogni verso.

Leo Ferré, da Monaco di Baviera, oltre a una carriera di enorme successo a Parigi e in generale in Francia amò molto l’Italia, scrisse molti pezzi in italiano e visse vicino a Siena per vent’anni, fino alla morte nel 1993. Questa canzone è forse la canzone italiana più visceralmente immersa nella città di Milano: un pezzo che fa emergere dal sottosuono le viscere del poeta e dal cemento lo scheletro buio dell’amore.

"Raccolgo qui, delle poesie scritte durante alcuni anni trascorsi a Milano, quelle che nell’insieme mi son sembrate abbozzare un ritratto della città, almeno tale e quale io l’ho conosciuta e amata. L’ordine con cui si presentano nel volume sta ad indicare la successione delle impressioni, il trasformarsi dei sentimenti, il mutare della prospettiva con cui sono andata guardando cose e persone in quegli anni, in altre parole il mio progressivo comprendere la città, fino alla totale affezione."

In tanta umiltà di natura

come un ordinato canto corale

ci si passa la voce del lavoro,

calma forza si libera, minuto

per minuto, in un fervore eguale

senza effervescenze, quel tanto

che basta per costruire e durare.

Prime domeniche di primavera,

sotto gli alberi immobili del Parco,

ai Giardini di Porta Venezia, il tappeto

di margherite è urgano riflesso dagli occhi,

al sole bianco dell’Idroscalo o sul greto

calcinato dell’Adda, fra le draghe,

o su lingue di verde lungo la provinciale

è uno sciamare discreto

di volti convalescenti

un disciplinato sollievo.

Bacino grigio che specchi

il traliccio più grigio della della vita,

ci costringi a fissarlo, a guardarci

come sue fibre senza ripugnanza o paura

o il retorico orrore

degli orari stabiliti,

la tua bellezza è vietata

all’intruso di passaggio

come i tuoi giardini nascosti

da nobili e tristi facciate,

la tua intimità, custodita 

dall’ordine e dalla noia,

si svela lungo strette vecchie strade

placide come canali,

negli interni di chiese

odorosi di legno lucidato

a cera, è ancora salva

tra i veli della pioggia o della nebbia

nel traffico dei grandi quadrivi,

lungo le catene di viali e piazzette ad anello

maglia dopo maglia, ingannevoli

per chi non possieda il suo tratto

familiare;

                      città

virile, radicata

nella tua plaga come un’armata compatta

ti difendi dal mistero

con lavoro e comfort,

vestita dei tuoi calmi toni neutri

dei tuoi colori languidi o artificiali:

soli sfocati e schermati,

raggrumati nei frutti, in volti giovani,

nei banchi dei fiorai;

tramonti sulfurei di via Melchiorre Gioia, scoppiati

fra i cristalli dei grattacieli!

nere mattine elettriche, gravide estati

prive d’azzurro, squarciate dai temporali!

Addio Milano,

chiuso cortile, punta di diamante

sul cristallo del futuro,

addio alla tua pace

di rumori e di silenzi, al tuo sogno

antico e nuovo, la tua monotona canzone

resta nel cuore,

la tua lezione è per sempre.

Festival internazionale di poesia, musica, video, performance, danza e teatro: Rotonda della Besana, da lunedì 27 maggio a domenica 2 giugno 1985.

La prima volta che ho letto Elio Pagliarani ero seduta su uno sgabello in un bar di una famosa catena. Il bar è in piazza Duomo e quella mattina avevo preso il tram numero 16 con il mio fidanzato di allora, eravamo scesi proprio alla fermata più vicina alla piazza, fatto colazione insieme in quel bar guardando da una vetrata l’andirivieni umano dell’ora di punta mattutina e poi ci siamo salutati, lui è andato al lavoro, a piedi, lì vicino, e io sono rimasta nel bar a contorcermi su una manciata violentissima di pensieri che mi facevano desiderare di essere altrove, un altrove che era soltano emotivo mentre il mio corpo, nel centro di Milano, stava benissimo solo.

Ho aperto l’opera completa di Pagliarani e mi sono messa a leggere, appuntavo alcuni versi su una moleskine quasi finita e, di tanto in tanto, ne scrivevo di miei. Che beffardo il gioco del leggere i versi che subito ti stimola a scriverne di nuovi. Più entri nella lirica e più è facile pensare di creare di nuova. Pagliarani era grandissimo ed enormemente milanese, non solo perchè a Milano aveva vissuto a lungo e in quella città era facile collocare tutta la sua formazione poetica ma anche perchè le sue liriche sono profondamente intrise di una milanesità fortissima, fatta di luoghi, certo, ma anche di suggestioni e vagheggiamenti e proiezioni e flash. Ho amato subito Pagliarani e l’ho visto investirsi lentamente di tutto quel dolore vitale che è l’amore, quella cosa che allora, dietro la vetrata di quel bar di quella catena sentivo mancare e vedevo arrivare da un luogo lontano e vicinissimo, da una persona finalmente trovata, una persona che era già vertebre, suoni, versi e penna a sfera.

Tra le raccolte di Pagliarani di certo la prima a colpirmi fu Inventario privato, forse il contributo più immediato alla poesia d’amore italiana contemporanea. Tuttora il balzo nei pensieri di molti versi delle liriche di questa raccolta, a distanza di anni, mi è frequente e commuovente.

La mia preferita in questi mesi, è questa

Sotto la torre, al parco, di domenica
con pacata follia per ore e ore
immobile a guardarti. Avevo gli occhi
gonfi, e il sesso, e il cuore.
                                            Infastidita
i tuoi polsi snervati dalla mia
estasi, «lasciami» hai detto, di fuggirti
mi hai consigliato. Sono egoista e
lo spirito umano ha più bisogno
di piombo, che di ali.

Sanguineti ‘77

Qualche inferriata, qualche rossastro brandello di muro, al quale mi piace pensare come al vero, occulto problema di questa città appestata, invivibile, bellissima.

da Il libro del giorno. 1998-2003