Leo Ferré, da Monaco di Baviera, oltre a una carriera di enorme successo a Parigi e in generale in Francia amò molto l’Italia, scrisse molti pezzi in italiano e visse vicino a Siena per vent’anni, fino alla morte nel 1993. Questa canzone è forse la canzone italiana più visceralmente immersa nella città di Milano: un pezzo che fa emergere dal sottosuono le viscere del poeta e dal cemento lo scheletro buio dell’amore.
“Raccolgo qui, delle poesie scritte durante alcuni anni trascorsi a Milano, quelle che nell’insieme mi son sembrate abbozzare un ritratto della città, almeno tale e quale io l’ho conosciuta e amata. L’ordine con cui si presentano nel volume sta ad indicare la successione delle impressioni, il trasformarsi dei sentimenti, il mutare della prospettiva con cui sono andata guardando cose e persone in quegli anni, in altre parole il mio progressivo comprendere la città, fino alla totale affezione.”

In tanta umiltà di natura
come un ordinato canto corale
ci si passa la voce del lavoro,
calma forza si libera, minuto
per minuto, in un fervore eguale
senza effervescenze, quel tanto
che basta per costruire e durare.
Prime domeniche di primavera,
sotto gli alberi immobili del Parco,
ai Giardini di Porta Venezia, il tappeto
di margherite è urgano riflesso dagli occhi,
al sole bianco dell’Idroscalo o sul greto
calcinato dell’Adda, fra le draghe,
o su lingue di verde lungo la provinciale
è uno sciamare discreto
di volti convalescenti
un disciplinato sollievo.
Bacino grigio che specchi
il traliccio più grigio della della vita,
ci costringi a fissarlo, a guardarci
come sue fibre senza ripugnanza o paura
o il retorico orrore
degli orari stabiliti,
la tua bellezza è vietata
all’intruso di passaggio
come i tuoi giardini nascosti
da nobili e tristi facciate,
la tua intimità, custodita
dall’ordine e dalla noia,
si svela lungo strette vecchie strade
placide come canali,
negli interni di chiese
odorosi di legno lucidato
a cera, è ancora salva
tra i veli della pioggia o della nebbia
nel traffico dei grandi quadrivi,
lungo le catene di viali e piazzette ad anello
maglia dopo maglia, ingannevoli
per chi non possieda il suo tratto
familiare;
città
virile, radicata
nella tua plaga come un’armata compatta
ti difendi dal mistero
con lavoro e comfort,
vestita dei tuoi calmi toni neutri
dei tuoi colori languidi o artificiali:
soli sfocati e schermati,
raggrumati nei frutti, in volti giovani,
nei banchi dei fiorai;
tramonti sulfurei di via Melchiorre Gioia, scoppiati
fra i cristalli dei grattacieli!
nere mattine elettriche, gravide estati
prive d’azzurro, squarciate dai temporali!
Addio Milano,
chiuso cortile, punta di diamante
sul cristallo del futuro,
addio alla tua pace
di rumori e di silenzi, al tuo sogno
antico e nuovo, la tua monotona canzone
resta nel cuore,
la tua lezione è per sempre.
Festival internazionale di poesia, musica, video, performance, danza e teatro: Rotonda della Besana, da lunedì 27 maggio a domenica 2 giugno 1985.


La prima volta che ho letto Elio Pagliarani ero seduta su uno sgabello in un bar di una famosa catena. Il bar è in piazza Duomo e quella mattina avevo preso il tram numero 16 con il mio fidanzato di allora, eravamo scesi proprio alla fermata più vicina alla piazza, fatto colazione insieme in quel bar guardando da una vetrata l’andirivieni umano dell’ora di punta mattutina e poi ci siamo salutati, lui è andato al lavoro, a piedi, lì vicino, e io sono rimasta nel bar a contorcermi su una manciata violentissima di pensieri che mi facevano desiderare di essere altrove, un altrove che era soltano emotivo mentre il mio corpo, nel centro di Milano, stava benissimo solo.
Ho aperto l’opera completa di Pagliarani e mi sono messa a leggere, appuntavo alcuni versi su una moleskine quasi finita e, di tanto in tanto, ne scrivevo di miei. Che beffardo il gioco del leggere i versi che subito ti stimola a scriverne di nuovi. Più entri nella lirica e più è facile pensare di creare di nuova. Pagliarani era grandissimo ed enormemente milanese, non solo perchè a Milano aveva vissuto a lungo e in quella città era facile collocare tutta la sua formazione poetica ma anche perchè le sue liriche sono profondamente intrise di una milanesità fortissima, fatta di luoghi, certo, ma anche di suggestioni e vagheggiamenti e proiezioni e flash. Ho amato subito Pagliarani e l’ho visto investirsi lentamente di tutto quel dolore vitale che è l’amore, quella cosa che allora, dietro la vetrata di quel bar di quella catena sentivo mancare e vedevo arrivare da un luogo lontano e vicinissimo, da una persona finalmente trovata, una persona che era già vertebre, suoni, versi e penna a sfera.
Tra le raccolte di Pagliarani di certo la prima a colpirmi fu Inventario privato, forse il contributo più immediato alla poesia d’amore italiana contemporanea. Tuttora il balzo nei pensieri di molti versi delle liriche di questa raccolta, a distanza di anni, mi è frequente e commuovente.
La mia preferita in questi mesi, è questa